Tanaìs e Zyclon, la poesia come lingua spezzata
Elio Scarciglia, Contrasti 4

Tanaìs e Zyclon, la poesia come lingua spezzata

diElisabetta Biondi Della Sdriscia

Con Tanaìs e Zyclon, (Terra d’ulivi Edizioni, aprile 2026) Elio Scarciglia ancora una volta colma una lacuna della nostra editoria, rendendo finalmente accessibile in italiano un autore importante e necessario come Iossif Ventura: nel volume, infatti, al testo originale greco è affiancata l’eccellente traduzione di Crescenzio Sangiglio, autore anche della breve ma illuminante Premessa e delle note esplicative al testo. Tanaìs e Zyclon è un’opera unica nel suo genere che, se da un lato si colloca nel solco della poesia della memoria, dall’altro se ne distacca perché è molto lontana sia dalla cronaca sia da ogni retorica commemorativa: il libro si presenta, infatti, come un dittico nel quale la tragedia storica della Shoah mediterranea viene trasfigurata in una ricerca poetica incentrata sul nome, sulla perdita, sulla sopravvivenza della parola. 

La prima sezione, Tanaìs, trae nome dall’omonimo piroscafo mercantile requisito dai tedeschi, silurato e affondato per errore da un sottomarino britannico, al largo di Creta, il 9 giugno 1944, con a bordo l’intera comunità ebraica dell’isola, tra cui ottantotto bambini, destinata alla deportazione nei campi di sterminio. Ventura, oggi ottantottenne e unico ebreo nato a La Canea (Creta) ancora in vita, essendosi salvato fuggendo insieme alla sua famiglia, opta per una trasfigurazione poetica della testimonianza, lasciando ad altri la strada della ricostruzione storica. L’incipit di Tanaìs, Le piccole anime, è rivelatore: ci troviamo, infatti, di fronte ad un lungo elenco di nomi e di età - «Abramo 14, Samuele 14, Perla 12…» - perché per Iossif Ventura le persone sono più importanti di qualsiasi vicenda: l’enumerazione dei nomi degli ottantotto bambini a cui è stato rubato il futuro, vuole dare spazio all’identità ed è una scelta poetica in cui, se da un lato si avverte il richiamo al principio ebraico dello zakhor, il dovere della memoria, dall’altro, è presente anche un’eco dei cataloghi della tradizione epica, nei quali il nome aveva la funzione di sottrarre l’individuo all’anonimato. La poesia di Ventura appare perciò come un atto di restituzione: laddove la violenza della storia ha cancellato volti e corpi, il poeta restituisce l’identità. 

perché manca l’occhio

nelle pozze del tempo

manca il corpo

ed estranea nel sole 

rimane la chiazza nera

La litania memoriale è seguita da un fitto tessuto di immagini botaniche e marine. Le piante della tradizione mediterranea – «il timo, l’origano... la lavanda, il basilico...», cioè «il fogliame annegato» (το φύλλω-μα πνιγμένο) – assumono il valore di un giardino della memoria, mentre il mare diventa il grande spazio simbolico del libro. Acque, ombre, relitti, alghe, sale e fondali costruiscono una geografia dell’assenza nella quale il Mediterraneo si trasforma in un immenso sepolcro senza lapidi, dove è la poesia a scolpire, con i suoi versi franti e potenti un monumento funebre a quei morti altrimenti inghiottiti dall’oblio.


di notte il vento

sparpagliava parole

pianti di bambini

spostando rami spezzati

al rintocco degli orologi

svanivano nel buio

È qui che emerge il dialogo con la tradizione greca. Figure come il traghettatore e il viaggio tra le ombre richiamano la Nekyia dell’Odissea, la discesa di Odisseo nel regno dei morti. Ma l’Ade di Ventura non è più quello del mito: è il mare della storia contemporanea, che custodisce le vittime del Novecento. La memoria ebraica e l’immaginario ellenico si incontrano così in uno stesso paesaggio poetico.

Se Tanaìs è dominato dall’acqua e dall’immersione, Zyclon è invece il poema della frammentazione e della cenere. Già il titolo rinvia al famigerato Zyklon B e all’universo concentrazionario, ma anche in questo caso Ventura rifiuta la rappresentazione diretta dell’orrore. Il lettore incontra piuttosto una costellazione di immagini che si susseguono, scandite dall’anafora incalzante di parole e di suoni. Qui il poeta esordisce affermando l’identità sua - e insieme della comunità di appartenenza - scrivendo il proprio nome in ebraico, con caratteri greci: «Joseph ben Malkà / esule del mare / col deserto in bocca / in lutto per la sorgente / ed era piaga la sua parola / e parola la sua piaga». Le immagini suggeriscono - «E così sprofondando / dov’erano i ritmici versi dei giambi? / Si scioglieva l’argilla dei giorni / nel cumulo delle minacce si spegneva» - evocano con potenza - «Notte / era notte con la penna che tatua // Incideva il numero // Signore / Come?», la materia appare disgregata, come se la distruzione avesse investito non soltanto i corpi ma il linguaggio stesso: «Tutt’intorno / parole che si dissolvevano / in sillabe / In lettere che / formavano un lenzuolo». Persino i nomi vengono spezzati, scomposti, disseminati nello spazio del verso, la parola appare come un reperto, un frammento sopravvissuto alla catastrofe: se la morte dissolve l’identità, la poesia tenta di ricomporla a partire dai suoi resti. Questa attenzione alla nominazione costituisce probabilmente la chiave interpretativa dell’intero volume. Ventura non racconta la memoria: la fa accadere attraverso il linguaggio. I nomi, le ripetizioni, le litanie, le parole spezzate e ricostruite diventano strumenti di resistenza contro l’oblio e in tal senso la sua poesia si avvicina alle grandi voci della memoria europea, da Paul Celan a Nelly Sachs, pur mantenendo una fisionomia mediterranea, radicata nella storia degli ebrei di Creta.

Tanaìs e Zyclon non è soltanto un libro sulla Shoah, è una riflessione sul destino dei nomi, sulla fragilità della memoria e sulla capacità della parola poetica di opporsi alla cancellazione. La sua forza risiede proprio in questa tensione, nel trasformare la storia in linguaggio senza attenuarne il dolore, nel fare della poesia un luogo in cui i sommersi continuano a essere chiamati per nome. Un libro potente e coraggioso, che scuote, affascina, coinvolge fin nel profondo, questo di Iossif Ventura, e che ci aiuta in parte a decifrare l’oggi grazie agli strumenti della poesia, la sola che possa esprimere l’indicibile, perché dà voce anche ai vuoti e ai silenzi.

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